O poço

Valori bassi. Svegliarsi la mattina e decidere che no, non è passata la tempesta di ieri, che è stato inutile scappare e allora tanto vale stare qua fermi a guardare il tempo che passa e la sorte appressarsi.

Intorno il niente, solo un sacco di parole dette per moda, il suono secco dell’impatto di un sasso sul fondo di un pozzo vuoto. Rimanda poco e la mente passa oltre. Dove si compiono quelle aspettative che le onde ci suggerivano di nutrire? Dove andare se la siccità ci ha rubato anche l’attesa di una risposta cupa e vibrante?

Forse questo grido chiede solo profondità.

Ascoltare David Bazan in qualche modo mi fa sentire connessa a qualcosa che conosco da un sacco di tempo, a posti dove non sono mai stata o in cui non ho vissuto pienamente. O forse sono solo scherzi della memoria, strani incroci saldati dal desiderio di vedere il mio luogo nelle geografie mentali degli altri. Una città, una vista sul Mondo.

Una presenza lassù. Fa freddo ma poi non tanto in quest’anno così strano, in quest’età così veloce. La noia: ma poi cos’è? Non è il tempo parcheggiato lì, anzi tutto sembra correre. Forse è la ripetizione, mancare il bersaglio del proficuo. Non del nuovo a tutti i costi, solo del proficuo.

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Ancora? (Appena in tempo, il post del 2015)

È quasi Natale e continuo a provarci, a non essere una persona orrenda. È stato un anno di cui non mi posso lamentare, al netto di quanto già perso prima, almeno in apparenza. Non scrivo più e non trovo più motivazioni per scrivere e in generale esprimermi, ma ogni tanto occorre buttare fuori un po’ di cose che a lungo andare inquinano e rendono i nostri giorni più pesanti di quanto meritino.

Gli anni 90. Mentre li vivevo un po’ li schifavo, ora ne ho una grande nostalgia. Sono stati anni in cui il disagio era materia interessante e a riascoltare ora certe cose mi rendo conto di aver scelto la verità anziché la “bellezza” che nulla ha a che vedere con la bellezza senza virgolette. Cosa resti oggi di tutto ciò non lo so, magari tra vent’anni proverò nostalgia di questi anni 10 (che già anni 10 mi fa venire un conato niente male, siamo a posto).

Le cose che mi appassionano stanno diventando molto poche, forse è per questo che mi sento vecchia, passata, andata, finita. So che si tratta di un sentimento fugace, domani probabilmente mi guarderò allo specchio e dirò vabbè dai poteva andarmi peggio, guarda i fighi del tuo liceo come si sono ridotti, siamo ancora delle ragazzine a confronto. Ma intanto. Intanto la gente intorno viaggia spedita verso grandi obiettivi mentre qui si batte la fiacca, si fanno cose un po’ a cazzo, si continua a giocare in questo parco giochi dove tutte le facce cambiano, tranne la tua. La tua è sempre la tua, un po’ più vecchia, un po’ annoiata, a volte irritata dalla transumanza continua di individui che di giocare non hanno più voglia e ti lasciano lì, a contemplare il tuo entusiasmo rotto in mille pezzi. Anche l’altalena ha perso il suo fascino, anzi ti viene un po’ da vomitare al secondo su e giù e capisci che forse il tuo posto è a spingere, non a dondolare: il tuo culone non ci entra neanche più in quelle altalene nuove fiammanti rigorosamente per bambini da 0-12 Benetton.

Ho iniziato a correre ad Aprile. Non pensavo ci sarei riuscita, a fare più di 10 minuti smadonnando in tutte le lingue. Oggi non faccio certo le maratone ma i miei 40 minuti in scioltezza non me li toglie nessuno. Soffro perché mi annoio un po’ ma mi sono fatta una playlist di canzoni che so a memoria: a una gara di playback vincerei a mani basse. Ci provo a fare come i guru della corsa, a organizzarmi la giornata, a meditare, a fare pensieri articolati. Per ora ho stampato in fronte un grande “ma chi me lo fa fare” ogni sacrosanta volta, ma non voglio essere pessimista, vi aggiornerò nel post del 2016.

Quest’anno ho visto tanti posti, li ho amati tutti dal primo all’ultimo. Anche quelli che avevo già visto, perché li ho vissuti in modo diverso. Prendi Barcelona: c’ero stata una volta sola (quella mezz’ora con mia mamma incazzata davanti a Casa Batlló non conta), mentre Sara era lì in Erasmus. Stavolta ero lì con amici vecchi e nuovi, a vedere gente che suona vecchia e nuova e ci ho rincontrato amicizie e cuginanze lontane dagli occhi ma non certo dal cuore. Braccialetti, tatuaggi finti, schifezze a cena, gli Einstürzende Neubauten visti per poco perché hai un amico scemo. Poi New York, ormai ma non ancora del tutto casa. Le corse, le cose da fare e da vedere tutte in una lista dell’ansia. Le nuove scoperte, la vita da V.I.P., le serate contemplative un po’ tristi perché vorresti vivere così e invece è solo una parentesi, ma se poi esci dalla parentesi ti trovi punto e a capo e vorresti andare a vivere su Marte.

Ho scoperto Tondelli (con molto ritardo, mi pento e mi dolgo) e odio chi non lo ama. Perché chi non lo ama non capisce quello che c’è dentro il suo modo di guardare il Mondo e non prova quel gigantesco senso di vuoto al pensiero che lui non c’è più mentre altra gente vive, vegeta e campa scrivendo cazzate. Di riflesso odio tutta la contemporaneità italiana (sempre perché la prendo bene e non ho la tendenza a generalizzare) che mi regala ogni giorno un motivo per non alzarmi dal letto la mattina. Dalle eccellenze che mi tocca subire nelle mie giornate lavorative a chi sottoscrive obbligazioni subordinate un po’ così perché tanto cosa vuoi che succeda, passando per la gente che condivide senza leggere e gli editoriali di sedicenti giornalisti che non distinguono il proprio gomito dal proprio ano, ma vorrebbero spiegarci come questa realtà multimediale in questa scena milanese, guardi signora mia dice che Natale porta neve.

Scena milanese qui, scena milanese là e intanto siamo circondati, assediati, seviziati dal brutto. Quando la finiremo di lodarci e incensarci e produrre materiale senza un destinatario che non sia il nostro amico con cui bearci della nostra bravura sarà sempre troppo tardi. Quando i nostri messaggi finiranno sulle strade e guideranno la gente, rompendo le mura di musei, triennali e loft tanto hipster quanto auto-referenziali sarà sempre troppo tardi. Quando la nostra musica verrà suonata al bar sotto casa e noi saremo lì felici e sudati e la gente sarà lì con noi felice e sudata, sarà sempre troppo tardi. Quando i famosi 15 minuti di celebrità torneranno a essere 0 minuti di celebrità e una vita di amore per ciò che facciamo sarà sempre troppo tardi.

Ci sono cose che mi mancano: occhi e vite un po’ spericolati, intese poco parlate. Le tue mani dicono di più di quanto non facciano i tuoi occhi o, addirittura, le tue parole. Non saprò mai cosa ti ha legato le corde vocali e ho poca dimestichezza con le conversazioni tra corpi muti al buio. Quante cose ti abitano? O forse questo è tutto ciò che ti anima? Nessuna vicinanza vera, solo lo scavare cieco di una talpa.

Sdraiata su un letto enorme. Accumulo giornate come lastre di marmo, una dopo l’altra appoggiate sul mio corpo. Supinamente accetto, tutto. Perché ogni tentativo di dare un verso è stato vano, ogni volta in cui ho cercato di essere uno stimolo ho incontrato muri di gomma.

Sensibilità. Essere sensibili, che vuol dire? Da un lato, accusare ogni colpo. Dall’altro avere orecchie aperte e bocca chiusa.

Corri verso quello che nella tua testa sarà un abbraccio caldo e comprensivo. Ti accoglierà un muro di ghiaccio, ti colpirà una lama rovente. Fidarsi, mai.

Essere me.

Essere me è molto noioso.

Posso dire, fare, urlare, ridere, far bene agli altri, far male agli altri, andare a New York o a Carimate. Ma non mi muovo di un passo. Resto sempre e solo me. Molto più stanca e irosa, molto più patetica e meno dignitosa.

Faccio la splendida, poi mi guardo da fuori con quello sguardo (molto europeo) che dice “Tutto qua?”.

http://www.youtube.com/watch?v=O0ZUAorP0b4

Del clima.

Ancora a scuola, non per stacanovismo ma per la mia solita lentezza nel fare le cose: oggi si consegna un pieghevole da mandare in stampa, per carità di Dio non fatelo piegare a me che non ci sono buona.

Ma parliamo piuttosto del tempo: un giorno caldissimo, dieci giorni freddissimi, un giorno umidissimo e così via a rotazione.

Nell’attesa di un punto di mezzo combatto l’ansia da camminamento della gente di qui che nelle giornate di pioggia diventa ansia da camminamento della gente di qui armata di ombrello.

Raffaela Canu, Sky TG24, New York.

Oh my God I’m so random

Pensavo l’altro giorno mentre giravo da queste parti che la libertà come rispetto della libertà altrui è una enorme panzana (parlerei piuttosto di civiltà, caro maestro). Ma soprattutto pensavo che la libertà quella vera, quella dei leoni che del “fintanto che la libertà delle gazzelle verrà rispettata” non gli importa un beneamato, non serve a un fico secco (se non a portare la pagnotta a casa, nel caso dei leoni).

Libertà = Noia.

Non c’è processo creativo senza vincolo, così come non c’è lo sforzo di arrivare senza il classico “non ce la farai mai”.

Prendiamo ad esempio la serie di opere di Robert Ryman nota come “White Squares”. Si tratta di dipinti quadrati e bianchi. Di quelli “si vabbè così so’ boni tutti” o “falegname+50000£”. Di quelli che mi fanno rissare con gli italiani in vacanza a Londra che anziché andare a bersi una birra al pub o, ancora più auspicabile, starsene a casa, vanno al Tate a passare la giornata. Ma questa è un’altra storia.

Dicevo, tralasciando il mio apprezzamento per l’opera tutta di Ryman, la libertà.

Cosa te ne fai della libertà se davanti hai uno spazio immenso? Su una tela ci può stare di tutto: lo scarabocchio di un bambino, i tagli di Fontana, la noia e l’abbandono di Romina Power, la Gioconda e centomila Madonne con Bambino. Ma cos’è che distingue l’arte dal resto? L’uso di una tecnica specifica, la ricerca di una cifra stilistica, l’esaltazione di un materiale. Tutte cose tramite le quali un autore non fa altro che incatenarsi nella speranza di una ricerca non vana.

Ryman. L’uso del bianco come mezzo espressivo di contrasto rispetto al materiale. Ci saranno anche buoni tutti, ma oramai è tardi.

Raffaela Canu, Sky TG24, New York.

Stato dell’arte

Vi risparmio il pippone sul “è proprio da un sacco che non scrivo qui”, sarebbe ribadire l’ovvio.

Sto da un mesetto e qualche giorno a New York perché avevo voglia di diventare povera seguendo un corso di Design qui.

Durante questo periodo ho fatto un sacco di cose e visto un sacco di gente, ma che ve lo dico a fare. La città è bellissima ed estenuante, molto zozza e molto libera.

Vivo a Brooklyn, precisamente a Greenpoint ed è bellissimo vedere posti familiari quando guardo Girls (è un po’ come quando sei di Torino e guardi Cento Vetrine o vivi a Como e guardi VivOH WAIT).

Mi trovo bene in classe, io faccio l’italiana che si lamenta perché loro mangiano la pizza con su la pasta o intridono la focaccia di aceto come se non ci fosse un domani o fanno l’insalata con gli M&Ms. Nonostante questo pare mi trovino simpa.

Stasera sono andata a fare un giro dopo lezione, ho comprato un giornaletto molto carino nel paradiso dei giornaletti e poi ho preso un caffè bleah che ormai mi sembra vabbè.

Altre considerazioni:

  • Macy’s = 2 piani di Rinascente + 2 piani di Upim
  • La mia unità di misura per l’affetto sarà da ora in poi il Bagel (alle cipolle con formaggio)
  • Biscuit != Biscotto = Cookie
  • Nordstrom Online SI, Nordstrom Rack NO
  • La prossima volta che dico “Che freddo” malmenatemi
  • La prossima volta che sento dire “ATM merda” vi malmeno io

Raffaela Canu, Sky TG24, New York.

Nina Simone – Don’t Let Me Be Misunderstood

‘cause I’m just a soul whose intentions are good.

QCV

Image

Quello che vogliamo è la sconfitta delle coincidenze. Lo slancio oltre gli incroci nel tempo e nello spazio. Un universo ordinato in cui ognuno di noi è Dio.
Forse basterebbe un passaggio a nord ovest in motorino, idea assurda, lo sappiamo, ma a quello che vogliamo nessuno può contrapporre stupide analisi di fattibilità.

Quello che vogliamo è una mattina fresca e il mare di lato: ogni risvolto è una scelta contro le giornate a occhi chiusi e il loro iniziare e finire senza colpi di vento.

“When you were young and on your own,
how did it feel to be alone?
I was always thinking of games that I was playing
trying to make the best of my time”

N. Young – Only Love Can Break Your Heart

Credo di essere ancora così.
In questi tempi di virtualizzazione estrema faccio finta che non esistano le distanze, faccio finta che ci siano occhi a guardarmi sempre, anche mentre faccio pipì.

Quando ero piccola avevo questo megafumettone in cui il protagonista inventava una vernice magica, si stendeva sui ritratti e faceva venire fuori le persone. E dicevo a mia madre “pensa che bello”.

Forse è da lì che nasce il mio orientamento al perché-no. Forse è per questo che dentro di me sono profondamente convinta che da qualche parte esista quella vernice. Forse la usa Babbo Natale (che ovviamente esiste) per duplicare regali per bambini poco originali.

I have a friend I’ve never seen