Archivio mensile:dicembre 2006

All you need is hate

Siamo linee che intersecano infiniti Mondi possibili.
E’ un pensiero consolante.
C’è il Mondo in cui ho ridetto si al mio primo amore, forse per non scordarlo mai, c’è quello in cui non ho mai mentito e non ho mai sbagliato e quello in cui sbaglio sempre ma non mi pesa.

C’è il Mondo in cui tu mi costringi in un abbraccio mentre piango, offesa.
E mi baci come a dire che c’è qualcosa di più importante, di sacrosanto aldilà di un rapporto sentimentale.
E questa scena si ripete all’infinito, infinita quella sera sotto la pioggia, in terra di Spagna.

C’è un Mondo in cui non ti sei rimangiato con gusto abominevole le poche cose buone che hai fatto.

C’è il Mondo in cui tornando presto a casa per farle una sorpresa la trovi a letto con un altro.
Il tuo migliore amico (se ne hai uno).
Un Mondo in cui soffri e mi rimpiangi.
E c’è il Mondo in cui posso assistere a queste scene.
C’è il Mondo in cui un uomo palesemente migliore di te (ma basterebbe semplicemente dire "un uomo") sa rendermi felice.
E c’è il Mondo in cui tu assisti a questa scena.

C’è quello in cui Morte ti coglie e io ho giocherello con le chiavi della tua misera vita.

Impossibile elencare l’Infinito, possibilissimo immaginare a piacimento.

Sono morta tante volte in tutti i modi e in tutti i Mondi.
Ma tante volte di più ho dato prova di quella vita che dai miei tratti deborda.

"e se l’amore che avevo non sa più il mio nome?"

Fingere l’amore, non c’è tradimento peggiore.
E finire per dimenticare voci, nomi e sorrisi che davano il gusto alle nostre giornate.
Seduta in attesa del Natale, nell’atteggiamento di chi sta fermo a guardare.
Mi sono sempre chiesta cosa ci trovino i vecchi nello stare seduti sulle panchine.
Per ore.
E’ il riposo alla fine di un cammino troppo lungo o l’attesa di un ultimo treno?

A volte li vedi i pazzi, che osservano un punto lontano nel cielo con la testa rovesciata pesantemente all’indietro e un grumo di bava all’angolo della bocca spalancata.
O fissi con lo sguardo su un oggetto di scarto per vedere se si muove.

No, this is how it works
You peer inside yourself
You take the things you like
And try to love the things you took
And then you take that love you made
And stick it into some
Someone else’s heart
Pumping someone else’s blood
And walking arm in arm
You hope it don’t get harmed
But even if it does
You’ll just do it all again (*)

Io sono così, per ora.
Intorno poca luce ma godo di una strana incertezza creativa.
Poco importa il punto di osservazione.
Quando verrà premuto l’interruttore magari scoprirò di essere stata in attesa di qualcosa rivolta verso il muro, a fare la conta.

(*) Regina Spektor – On the Radio

So i’m waiting for this test to end
so these lighter days can soon begin
i’ll be alone but maybe more carefree
like a kite that floats so effortlessly

I was afraid to be alone
but now i’m scared that’s how i like to be
all these faces, none the same
how can there be so many personalities
so many lifeless, empty hands
so many hearts in great demand
and now my sorrow seems so far away
until i’m taken by these bolts of pain

But i turn them off and tuck them away
till these rainy days that make them stay
and then i’ll cry so hard to these sad songs
and the words still ring, once here, now gone
and they echo through my head every day
and i don’t think they’ll ever go away
just like thinking of your childhood home
but we can’t go back, we’re on our own, oh

But i’m about to give this one more shot
and find it in myself
i’ll find it in myself

So we’re speeding towards that time of year
to the day that marks that you’re not here
and i think i’ll want to be alone
so please understand if i don’t answer the phone
i’ll just sit and stare at my deep blue walls
until i can see nothing at all
only particles, some fast, some slow
all my eyes can see is all i know, oh

But i’m about to give this one more shot
and find it in myself
i’ll find it in myself
do do do…

Azure Ray – November

[image from http://www.gettyimages.com]

Più forti e più soli

Anni spesi a imparare, mio malgrado. Anni passati a credere che camminare sotto il peso di uno zaino fosse utile a qualcosa, a lottare contro ogni appiattimento della realtà sotto ideologie e finte chiavi per la libertà. Momenti di infelicità e incomprensione, ma con sempre davanti la meta e l’esempio.
Quando crollano certe convinzioni si dice di essere diventati adulti. Quando vedi un genitore piangere o sbagliare avverti il sempre esistito – e fino ad allora occulto – rapporto da staffetta, il passaggio di un testimone.
Ma non c’è un’ora precisa per diventare adulti. E’ un processo continuo di delusioni e rese.

Qualche giorno fa la speranza se n’è andata. Arresa.
Dopo 18 anni di lotta contro la più disarmante delle banalità.
E lo zaino si è fatto ancora più pesante, e la salità più ripida.
Una cosa mi chiedo: chissà se piangi mai. E se succede, chi ti accarezza la testa?
Padrone di una forza costruita oltre il sangue, di un raro sorriso più confortante di una qualunque smagliante dentatura sempre in vista, eri per me quasi un Mommoti, all’epoca.
Capace allo stesso tempo del più aspro rigore e del più gratificante cenno di approvazione.
Tante cose che so risalgono a quel periodo.
La forza di difendere ciò in cui credo, la chiarezza e l’autenticità oltre i Bignami della fede sono cose che ti devo.
Le parole del maggio scorso – all’inizio così vuote per la mia testa che non si raccapezzava – sono state la pacca sulle spalle che mi ha spinto a ripartire, ferita ma coscente di un nuovo sostegno.

E adesso ancora, la tentazione di abbandonarlo quello zaino che alla partenza pesava venti e ora pesa cento.
Gettarlo dal dirupo e tornare a bassa quota.
Per poi perdersi il panorama e il senso del raggiungerti.

Giammai.