Archivio mensile:dicembre 2015

Ancora? (Appena in tempo, il post del 2015)

È quasi Natale e continuo a provarci, a non essere una persona orrenda. È stato un anno di cui non mi posso lamentare, al netto di quanto già perso prima, almeno in apparenza. Non scrivo più e non trovo più motivazioni per scrivere e in generale esprimermi, ma ogni tanto occorre buttare fuori un po’ di cose che a lungo andare inquinano e rendono i nostri giorni più pesanti di quanto meritino.

Gli anni 90. Mentre li vivevo un po’ li schifavo, ora ne ho una grande nostalgia. Sono stati anni in cui il disagio era materia interessante e a riascoltare ora certe cose mi rendo conto di aver scelto la verità anziché la “bellezza” che nulla ha a che vedere con la bellezza senza virgolette. Cosa resti oggi di tutto ciò non lo so, magari tra vent’anni proverò nostalgia di questi anni 10 (che già anni 10 mi fa venire un conato niente male, siamo a posto).

Le cose che mi appassionano stanno diventando molto poche, forse è per questo che mi sento vecchia, passata, andata, finita. So che si tratta di un sentimento fugace, domani probabilmente mi guarderò allo specchio e dirò vabbè dai poteva andarmi peggio, guarda i fighi del tuo liceo come si sono ridotti, siamo ancora delle ragazzine a confronto. Ma intanto. Intanto la gente intorno viaggia spedita verso grandi obiettivi mentre qui si batte la fiacca, si fanno cose un po’ a cazzo, si continua a giocare in questo parco giochi dove tutte le facce cambiano, tranne la tua. La tua è sempre la tua, un po’ più vecchia, un po’ annoiata, a volte irritata dalla transumanza continua di individui che di giocare non hanno più voglia e ti lasciano lì, a contemplare il tuo entusiasmo rotto in mille pezzi. Anche l’altalena ha perso il suo fascino, anzi ti viene un po’ da vomitare al secondo su e giù e capisci che forse il tuo posto è a spingere, non a dondolare: il tuo culone non ci entra neanche più in quelle altalene nuove fiammanti rigorosamente per bambini da 0-12 Benetton.

Ho iniziato a correre ad Aprile. Non pensavo ci sarei riuscita, a fare più di 10 minuti smadonnando in tutte le lingue. Oggi non faccio certo le maratone ma i miei 40 minuti in scioltezza non me li toglie nessuno. Soffro perché mi annoio un po’ ma mi sono fatta una playlist di canzoni che so a memoria: a una gara di playback vincerei a mani basse. Ci provo a fare come i guru della corsa, a organizzarmi la giornata, a meditare, a fare pensieri articolati. Per ora ho stampato in fronte un grande “ma chi me lo fa fare” ogni sacrosanta volta, ma non voglio essere pessimista, vi aggiornerò nel post del 2016.

Quest’anno ho visto tanti posti, li ho amati tutti dal primo all’ultimo. Anche quelli che avevo già visto, perché li ho vissuti in modo diverso. Prendi Barcelona: c’ero stata una volta sola (quella mezz’ora con mia mamma incazzata davanti a Casa Batlló non conta), mentre Sara era lì in Erasmus. Stavolta ero lì con amici vecchi e nuovi, a vedere gente che suona vecchia e nuova e ci ho rincontrato amicizie e cuginanze lontane dagli occhi ma non certo dal cuore. Braccialetti, tatuaggi finti, schifezze a cena, gli Einstürzende Neubauten visti per poco perché hai un amico scemo. Poi New York, ormai ma non ancora del tutto casa. Le corse, le cose da fare e da vedere tutte in una lista dell’ansia. Le nuove scoperte, la vita da V.I.P., le serate contemplative un po’ tristi perché vorresti vivere così e invece è solo una parentesi, ma se poi esci dalla parentesi ti trovi punto e a capo e vorresti andare a vivere su Marte.

Ho scoperto Tondelli (con molto ritardo, mi pento e mi dolgo) e odio chi non lo ama. Perché chi non lo ama non capisce quello che c’è dentro il suo modo di guardare il Mondo e non prova quel gigantesco senso di vuoto al pensiero che lui non c’è più mentre altra gente vive, vegeta e campa scrivendo cazzate. Di riflesso odio tutta la contemporaneità italiana (sempre perché la prendo bene e non ho la tendenza a generalizzare) che mi regala ogni giorno un motivo per non alzarmi dal letto la mattina. Dalle eccellenze che mi tocca subire nelle mie giornate lavorative a chi sottoscrive obbligazioni subordinate un po’ così perché tanto cosa vuoi che succeda, passando per la gente che condivide senza leggere e gli editoriali di sedicenti giornalisti che non distinguono il proprio gomito dal proprio ano, ma vorrebbero spiegarci come questa realtà multimediale in questa scena milanese, guardi signora mia dice che Natale porta neve.

Scena milanese qui, scena milanese là e intanto siamo circondati, assediati, seviziati dal brutto. Quando la finiremo di lodarci e incensarci e produrre materiale senza un destinatario che non sia il nostro amico con cui bearci della nostra bravura sarà sempre troppo tardi. Quando i nostri messaggi finiranno sulle strade e guideranno la gente, rompendo le mura di musei, triennali e loft tanto hipster quanto auto-referenziali sarà sempre troppo tardi. Quando la nostra musica verrà suonata al bar sotto casa e noi saremo lì felici e sudati e la gente sarà lì con noi felice e sudata, sarà sempre troppo tardi. Quando i famosi 15 minuti di celebrità torneranno a essere 0 minuti di celebrità e una vita di amore per ciò che facciamo sarà sempre troppo tardi.

Ci sono cose che mi mancano: occhi e vite un po’ spericolati, intese poco parlate. Le tue mani dicono di più di quanto non facciano i tuoi occhi o, addirittura, le tue parole. Non saprò mai cosa ti ha legato le corde vocali e ho poca dimestichezza con le conversazioni tra corpi muti al buio. Quante cose ti abitano? O forse questo è tutto ciò che ti anima? Nessuna vicinanza vera, solo lo scavare cieco di una talpa.