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Essere me.

Essere me è molto noioso.

Posso dire, fare, urlare, ridere, far bene agli altri, far male agli altri, andare a New York o a Carimate. Ma non mi muovo di un passo. Resto sempre e solo me. Molto più stanca e irosa, molto più patetica e meno dignitosa.

Faccio la splendida, poi mi guardo da fuori con quello sguardo (molto europeo) che dice “Tutto qua?”.

http://www.youtube.com/watch?v=O0ZUAorP0b4

Stato dell’arte

Vi risparmio il pippone sul “è proprio da un sacco che non scrivo qui”, sarebbe ribadire l’ovvio.

Sto da un mesetto e qualche giorno a New York perché avevo voglia di diventare povera seguendo un corso di Design qui.

Durante questo periodo ho fatto un sacco di cose e visto un sacco di gente, ma che ve lo dico a fare. La città è bellissima ed estenuante, molto zozza e molto libera.

Vivo a Brooklyn, precisamente a Greenpoint ed è bellissimo vedere posti familiari quando guardo Girls (è un po’ come quando sei di Torino e guardi Cento Vetrine o vivi a Como e guardi VivOH WAIT).

Mi trovo bene in classe, io faccio l’italiana che si lamenta perché loro mangiano la pizza con su la pasta o intridono la focaccia di aceto come se non ci fosse un domani o fanno l’insalata con gli M&Ms. Nonostante questo pare mi trovino simpa.

Stasera sono andata a fare un giro dopo lezione, ho comprato un giornaletto molto carino nel paradiso dei giornaletti e poi ho preso un caffè bleah che ormai mi sembra vabbè.

Altre considerazioni:

  • Macy’s = 2 piani di Rinascente + 2 piani di Upim
  • La mia unità di misura per l’affetto sarà da ora in poi il Bagel (alle cipolle con formaggio)
  • Biscuit != Biscotto = Cookie
  • Nordstrom Online SI, Nordstrom Rack NO
  • La prossima volta che dico “Che freddo” malmenatemi
  • La prossima volta che sento dire “ATM merda” vi malmeno io

Raffaela Canu, Sky TG24, New York.

There is a light that never goes out

È stato un fine settimana pieno di cose belle, così così e brutte.

Un po’ un sunto di tutto quello che chiamo casa, quel posto dove si vive tutto da dentro, in modo profondo e vero, a volte doloroso.

Ci penso spesso a quanto le cose siano diverse nel mio altrove quotidiano: certi eventi si affrontano con più leggerezza, è vero, ma in cambio di cosa? Sono forse meno le nevrosi? Non credo. Hanno solo oggetti diversi, il lavoro e il denaro soprattutto.

E una volta finito il percorso si ottiene forse una soddisfazione? Magari per poco, il resto è tutto anestesia.

Io preferisco i vicoli ciechi che ti insegnano a sbattere il muso con discrezione. O in alternativa le strade lunghe, quelle che non finiscono, sei solo tu che scegli dove si arresta il cammino, che sia il sasso all’ombra o il crinale con la sua vista magnifica.

Questo fine settimana ho visto magnifico.

Valigia

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Mi porto il vestito bello.
E i tacchi.
E la roba per il mare.

Viaggio molto leggera.

Musica e Clima

Dance Hall at Louse Point coverChi mi conosce o ha “sfogliato” queste pagine sa che ho una leggera predilezione per tutto ciò che PJ Harvey produce, che sia un nuovo album o “La Cavalla Storna” a rutti, poco importa. Ma chi mi conosce sa anche che le mie passioni sono talvolta evanescenti e spesso mi ritrovo ad ascoltare e promuovere con entusiasmo album di cui a distanza di qualche mese non ricordo l’autore.

Ma tra me e l’opera omnia della PJ di cui sopra è vero amore e oggi ho trovato, dopo anni, la giusta collocazione climatica per Dance Hall at Louse Point, album del 1996 che la nostra eroa ha partorito in combutta con John Parish.

Scendi dal treno nella bassa lodigiana, ti imbacucchi per affrontare il freddo che quel cielo così limpido e quegli alberi così spogli e neri ti stanno promettendo da quando hai osato gettare lo sguardo fuori dal finestrino. Auricolari e bavero alzato, testa bassa e Rope Bridge Crossing: la promessa che ci piace sempre fare ma che non manteniamo mai, che sia in sogno o nel quotidiano. Ci sarò al di là di tutto, dico e dici. Quella voce, quella voce è il graffio violento con cui il sogno si scioglie lasciandoci scoperti e soprattutto svegli. E cosa c’è di più adeguato al contesto di City of No Sun, quando tutto quello che hai è chiuso nelle poche ore di luce di una regione ormai continentale in cui il sole si dà per vinto già alle cinque e nasconde la sua vergogna dietro cortine di nuvole spesse? Questo gelo tradotto in parole trattenute si scioglie nella traccia più espressiva dell’album, That Was My Veil. Un dolore caldo e fermo, una linea tracciata nel casino postbellico che segna la caduta dal fascino del segreto alla volgarità della menzogna.

Nessuna sostanza stupefacente è stata maltrattata per scrivere questo post.

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Il Cibo è Amore

Insalata di ceciQuesta frase mi è stata detta qualche giorno fa.

Per un sacco di tempo ho cercato di coprire la mia inettitudine in cucina con la frase “mangio solo per sopravvivere”. In realtà ci sono ancora tante cose stupide che dico per coprire la mia inettitudine/inadeguatezza/pigrizia, prima o poi mi libererò anche di quelle (una cosa per volta, eccheccazz).

Non condivo l’insalata. Il mio amico Francesco era solito dirmi “Non faresti prima a mangiarti l’erba?”. E il mio amico Buffer era solito dirmi “Per forza poi fai le scintille quando *vabbè interrompiamo qui*”.

Oggi mi diletto in cucina, mi piace questa cosa che ti metti lì, raduni gli ingredienti, segui le istruzioni e poi ci fai qualcosa che funziona. Vorrei poter dire lo stesso del mio lavoro, dei miei progetti, delle mie relazioni personali (una cosa per volta, ho detto). È diventato un po’ un modo per prendermi cura di me stessa e ogni volta che spolvero un po’ di pepe sull’insalata sento di tagliare un piccolo traguardo.

Ah già, perché ora non mangio più erba e non ho bisogno dell’Activia ; )

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Santa Lucia

Icona di Santa LuciaVengo da un posto in cui Santa Lucia non viene festeggiata come altrove, il 13 dicembre viene al massimo indicato come il giorno più breve dell’anno (e anche sulla veridicità di questo dato ho i miei dubbi) e l’iconografia della santa in questione mi ha reso difficile il sonno per un po’ di notti durante l’infanzia (Santa Lucia – occhi – piattino). A questa festa però sono legati due ricordi abbastanza carini o perlomeno importanti da essere menzionati.

Il 13 dicembre del 2003 mi trovavo a Barcellona. La mia amica Sara era lì in Erasmus e con lei ho passato un weekend memorabile (parole a caso: Oveja Negra, Museo Picasso, festa Heineken con gadget vari ed eventuali, colazione costosa nella città deserta alle 9 di mattina, il cappotto di Antonella, due gonne da H&M nel barri gotic, le oche in Cattedrale).
Si avvicinava il Natale e quasi tutti gli occupanti della casa in cui Sara viveva (9 italiani e 1 belga) sarebbero tornati a casa per le feste. L’unica occasione per festeggiare tutti insieme era, appunto, Santa Lucia, ricorrenza onoratissima nelle regioni di provenienza di alcuni dei ragazzi. L’organizzazione della serata prevedeva l’acquisto da parte di ognuno di un piccolo pensierino da dare a uno degli altri, il cui nome, estratto a sorte la settimana prima, doveva essere mantenuto segreto fino al momento dello scambio.
Ogni festa che si rispetti deve fare i conti con un intruso e quell’anno c’ero io a turbare l’equilibrio del complicato algoritmo: ho da subito trovato molto carina e curiosa l’usanza, ho desiderato essere nata in Trentino sotto 2 metri di neve, ho desiderato partire in Erasmus e avere 9 coinquilini (poi sono partita in Erasmus 3 anni dopo e 3 coinquiline bastavano e avanzavano), ho sentito il cuore traboccare di buoni sentimenti ma allo stesso tempo mi sono sentita una spettatrice a disagio (e a questo punto mi vengono in mente le vetrine delle pasticcerie francesi, Dio solo sa perché).
L’albero addobbato stava in corridoio, al momento dello scambio eravamo tutti giù per terra ed è stato carino e incasinato vedere le facce sorprese dei destinatari che scoprivano i mittenti e, soprattutto, che scoprivano cosa i mittenti avevano giudicato opportuno comprare per loro (o, in alternativa, quanto i mittenti fossero pessimi sceglitori di regali o pessimi conoscitori di persone).
In tutto questo bordello c’ero io che non sapevo dove stare, cosa dire e cosa fare. Ma Sara è Sara e io sono una malfidata: alla fine c’era un pensierino pure per me, lei e Antonella mi avevano comprato una specie di Ferrero Rocher gigantesco e caloricissimo dalla pasticceria all’angolo, avvolto nella stagnola brillante, buono da morire e, come tutte le cose buone che mi capitano fra le mani, effimero, caduco, fugace, non gli ho dato manco il 3 insomma (si sta come un dolcetto nelle mani della Raffi). Grazie Sara, grazie Antonella (questo è l’adipe che ringrazia).

Il 13 dicembre di ogni anno, durante il telegiornale dell’una, mia madre seduta accanto al fuoco si è data una pacca sulla coscia dicendo “oggi è Santa Lucia, faimmì ‘zzerriai a Lucia”. Pochi passi dal camino al telefono (escursione termica di 10°C) e collegamento con Monserrato (CA) dove mia zia (Lucia, appunto), che aveva già finito di mangiare da due ore, stava guardando la TV.
“Vieni a fare gli auguri a zia” mi diceva mia madre quando ancora vivevo con lei. Sbuffando affrontavo lo sbalzo termico di cui sopra e mi arrovellavo sul concetto di onomastico, questa ricorrenza importante a tratti, importante per Lucia, importante per Marco, importante per Antonio, importante per Stefano. Mai una volta che si legga/senta “auguri a tutti i Venceslao, oggi è S. Venceslao”. Ero una giovinetta stronza e pigra, oggi sono sempre stronza e pigra e sono persino meno giovinetta.
Alla fine mi divertivo al telefono con mia zia, le chiedevo sempre le stesse cose, “a che ora ti sei svegliata?”, “hai preparato il minestrone alle 6???”, “e alla fine avete mangiato il pollo? E il minestrone?”. Le domande sempre le stesse, le risposte più o meno. Anche quando non era più vero che cucinava, anche quando non era vero che a pranzo c’era il pollo e anche quando non era vero che la sorella più grande l’aveva rapita per portarla al “ricovero” ma lei era riuscita a scappare e a tornare a casa anche se non camminava già più da anni.
Non so se quest’anno mia madre si è data la pacca sulla coscia, non so se istintivamente si è alzata per andare verso il telefono. La camomilla bevuta a fatica a dicembre, il corpo di marmo bianco, gli occhi chiusi, la poltrona vuota a marzo. Spero di no, spero si sia dimenticata.

Weekend Lungo e Malaticcio

redirect da heela.splinder.com

Sant’Ambrogio e l’Immacolata sono sempre un grande regalo per chi, come la sottoscritta, orbita attorno a Milano per lavoro. Quest’anno è stato particolarmente “buono” e mi ritrovo a casa per ben 5 giorni. Non tutto però può andare nel verso giusto e userò questi giorni per riprendermi da un attacco di influenza.

In qualche modo dovrò ingannare il tempo, per questo mi sono dedicata all’import del mio vecchio blog Splinder (http://heela.splinder.com) su piattaforma WordPress. Per farlo ho seguito i preziosi consigli di aioros.net (http://www.aioros.net/splinder-importer-2010) usando il plugin Splinder File Importer.
In breve:

    • ho installato wordpress in locale con Instant WordPress;
    • ho installato e attivato il plugin Splinder File Importer;
    • sono entrata su Splinder con username e password;
    • dalla sezione Blog > Configura > Esporta blog e attiva redirect ho cliccato su Esporta e copiato l’indirizzo del file XML creato;
    • nell’installazione locale di WordPress (Tools > Import) ho selezionato l’Importer di Splinder e nel campo url ho inserito l’indirizzo del file XML copiato in precedenza.

Ho pensato per un po’ a cosa fare di tutte queste parole scritte in 9 anni di cazzeggio sul web.
Le includerò in una qualche sezione blog di un mio sito personale che avrò voglia di creare Dio solo sa quando?
Me le terrò così in locale e ogni tanto le guarderò ma poi me ne dimenticherò e allora cosa le ho scaricate a fare?
Ho quindi deciso di aprire uno spazio free su wordpress e tenere lì queste mie elucubrazioni. Forse il cambio d’aria aiuterà l’ispirazione.

Dall’installazione locale (Tools > Esporta) ho generato il file XML che poi ho passato alla sezione Import del WordPress online (magari esiste un modo più smart, eh)

Qui ci troviamo, new home sweet home.

:*